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Corridoi umanitari in Umbria, storie di vita e speranza. Diaconia Valdese, progetto italo-siriano per studenti

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Corridoi umanitari in Umbria, storie di vita e speranza. Diaconia Valdese, progetto italo-siriano per studenti

Emanuele Lombardini
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(Foto Agensir)

PERUGIA -C’è ancora una Umbria che accoglie. E’ quella che ha scelto di aderire ai Corridoi Umanitari, l’unico canale di immigrazione legale attualmente presente sul territorio nazionale. Un progetto regolato da un protocollo firmato dal Ministero per gli affari esteri e la cooperazione internazionale, dal ministero dell’Interno, dalla Comunità di Sant’Egidio, dalla Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e dalla Tavola Valdese.

Il primo Protocollo è stato firmato il 15 dicembre 2015. Valutata la sostenibilità del progetto ecumenico, che in meno di due anni ha accolto un migliaio di profughi, il 7 novembre 2017 ne è stato firmato un altro analogo per il biennio 2018/19 per altri 1000 profughi. Per il progetto, diventato modello di accoglienza in Europa, che oggi è attuato anche in Francia e Belgio, vengono selezionati quei migranti che alle condizioni di difficoltà nei paesi d’origine, per guerra, povertà o violazione dei diritti umani, aggiungono condizioni personali molto complesse.

Come funziona. Arrivano in Italia attraverso canali protetti, in aereo e con visti internazionali, segnalati da organizzazioni varie,  attraverso contatti diretti nei paesi interessati dal progetto o segnalazioni fornite da attori locali. Ogni segnalazione viene verificata prima dai responsabili delle associazioni, poi dalle autorità italiane. Le liste dei potenziali beneficiari vengono trasmesse alle autorità consolari italiane dei Paesi coinvolti per permetterne il controllo. I consolati italiani nei paesi interessati rilasciano infine dei “visti con validità territoriale limitata”.Una volta arrivati in Italia i profughi sono accolti dai promotori del progetto e, in collaborazione con altri partner, vengono ospitati in diverse case e strutture disseminate sul territorio nazionale, secondo il modello dell’“accoglienza diffusa”. Qui viene loro offerta un’integrazione nel tessuto sociale e culturale italiano, attraverso l’apprendimento della lingua italiana, la scolarizzazione dei minori ed altre iniziative.Il progetto dei corridoi umanitari non pesa in alcun modo sullo Stato: i fondi per la realizzazione del progetto provengono in larga parte dall’otto per mille dell’Unione delle chiese metodiste e valdesi, ma anche da altre raccolte e donazioni, come la Campagna lanciata dalla Comunità di Sant’Egidio.

Perugia modello. A Perugia, il modello è quello gestito dalla Diaconia Valdese, che in una casa ospita attualmente due giovani, arrivati da poco dalla Siria. Khaled ha vent’anni e arriva da Deir ez zor, la città martire del conflitto siriano. Ad assisterli, Alice Fagotti, che dopo una esperienza personale a Lampedusa come operatrice del progetto Mediterranean Hope della Fcei, oggi lavora a questo progetto per la Diaconia: “Non c’era più possibilità di restare in Siria- spiega attraverso l’interprete – qui ho trovato la possibilità di rinascere e ripartire. Vorrei intraprendere un corso di studi in teologia”. Hassan ha più o meno la sua stessa età e una storia simile, arriva da Damasco: “E’ destinato a non restare qui a Perugia – spiega Alice Fagotti – ma intanto gli forniamo tutta l’assistenza. Per l’altro ragazzo invece ci stiamo attivando con la facoltà di teologia valdese”.

Lavoro certosino, quello dei volontari: “Quello che noi facciamo con il progetto di accoglienza diffusa è cercare di costruire l’integrazione fra questi ragazzi e le persone italiane – spiega Alice- li facciamo partecipare a corsi di italiano, sono sempre assistiti da un interprete e cerchiamo di coinvolgerli in varie attività: soltanto favorendo l’integrazione, la coabitazione e i diritti per tutti si riesce ad arrivare all’accettazione ed al rispetto. Su questo ci battiamo molto”.

E a settembre la Diaconia Valdese è pronta a lanciare un progetto più importante: “La Diaconia Valdese – spiega Alice Fagotti- su un progetto di coabitazione sociale tra studenti siriani e studenti italiani dell’Università di Perugia, attraverso una borsa di studio. Stiamo lavorando per metterlo in piedi  e speriamo di partire presto”.

Assisi apre il cuore. Ad Assisi sono arrivati 24 profughi, dall’Eritrea. Uno di loro ha detto: “ci avete salvato, siamo molto felici di essere con voi. Non si può dimenticare ciò che avete fatto per noi. Essere qui rappresenta una nuova speranza, un nuovo inizio”. Alle loro spalle storie difficili, condizioni fisiche precarie, situazioni di disagio sociale, di povertà, guerra e disperazione. “Siamo felici che siano arrivati tanti bambini, che sono una speranza per tutti noi – ha spiegato il vescovo monsignor Sorrentino-. Faremo il possibile perché la vostra permanenza in mezzo a noi sia bella. Il luogo in cui siamo è speciale: qui San Francesco si spogliò di tutti i suoi beni, perché voleva essere tutto per Dio e per i fratelli. Grazie a voi – ha concluso – per essere venuti in mezzo a noi e grazie alle famiglie che si sono aperte a questo progetto, perché noi crediamo alla Chiesa come famiglia”. Lo stesso vescovo ha voluto accogliere due bambini profughi in casa sua: Medhanie e Dejen, due fratelli eritrei che abitano stabilmente in Vescovado”.

LEGGI: LA TESTIMONIANZA DEI DUE GIOVANI ACCOLTI DAL VESCOVO

Terni presente. A Terni è arrivata un’altra famiglia sempre dall’Eritrea, che si unisce alle due già presenti, ospitate nelle strutture di Capitone, vicino Narni e Sambucetole (Amelia). Birikti e Tesfaye sono due mamme. La prima è arrivata alcuni mesi fa: “Mia sorella e mio marito sono morti in guerra e io ho dovuto badare ai miei figli ed ai miei nipoti – dice, attraverso l’interprete, parla solo tigrino – Sono stata un anno in un campo profughi nel Tigrai, in Etiopia. Ora sono qui e c’è una nuova speranza”. Tesfaye è arriva alcune settimane fa, con tre bambini, anche lei reduce da campo profughi: “Resteranno qui due anni – fa sapere la Diocesi – saranno avviati percorsi di formazione linguistica e inserimento nella società, mentre i bambini saranno affiancati anche a livello scolastico”. In totale sono 15 i profughi eritrei, che vivono nelle strutture Caritas, aiutati anche da suore africane.

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Per le necessità c’è invece Giuseppe Mottolese: “Con mia moglie ho accettato di dare questo tipo di aiuto per tutte le loro necessità, dalla lingua alle piccole cose, più che un tutor potrei dire che sono quasi un padre – spiega – hanno bisogno di tante cose ed una grande voglia di inserirsi in fretta nei nostri costumi. Il loro è un sogno grande, ma poi devono scontrarsi con una realtà più grande del previsto”.

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Emanuele Lombardini
Emanuele Lombardini

Giornalista, cittadino d'Europa

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