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Coronavirus, una ternana in Ecuador: “Cadaveri in strada, manca tutto: la gente muore di fame”

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Coronavirus, una ternana in Ecuador: “Cadaveri in strada, manca tutto: la gente muore di fame”

Emanuele Lombardini
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OLON (Ecuador) – L’inferno del Coronavirus, tutto insieme.  La mazzata decisiva su una terra, l’Ecuador, devastata quattro anni fa un sisma che aveva lasciato 630 morti e sacche di povertà infinite. A raccontarlo a Lanotiziaquotidiana.it è Valeria Di Bartolomeo, ternana che dal 2013 vive ad Olon, paese turistico sulla costa dove si era trasferita per aprire un ristorante, ora chiuso, e dove oggi vive con la figlia di tre anni, in attesa di provare, quando sarà possibile, a ritornare in Italia.

“Stiamo vivendo momenti drammatici – spiega – perché qui oggi non lavora più nessuno. E’ stato chiuso tutto, tranne i generi alimentari e le farmacie e nessuno qui aveva un contratto stabile e un lavoro fisso. Questa era una città che viveva di affitti di stanze e locali, di alberghi e turismo, ora mi capita di portare mia figlia lungo la spiaggia e non c’è nessuno, solo tristezza, desolazione e la gente che muore”.

Silenzio e dubbi. Un dramma silenzioso, nel vero senso della parola: “Nessuno sa veramente qui quale sia l’andamento reale della pandemia: il Governo dà informazioni ma sono dati non veritieri, sulla base dei pochissimi tamponi fatti. Il dato reale è che qui nella provincia dove sto io quella di Sant’Elena, i morti sono cresciuti del 500% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso”. Il dato ufficiale, su tutto il Paese parla di 1500 vittime (delle quali la metà nella capitale Guayaquil) ma è un numero a cui credono in pochi: “La gran parte non viene censita – spiega – vengono stipati in fosse comuni, ammassati dentro sacchi neri, abbandonati per le strade, bruciati sui marciapiedi, accatastati negli obitori, smarriti negli ospedali”

Manca tutto, in Ecuador: “Di tamponi nemmeno l’ombra – spiega Valeria Di Bartolomeo – manca l’assistenza di base, non ci sono soldi, mancano medici e medicine,  addirittura ci sono strutture che cercano da tempo una bombola per l’ossigeno. Sono arrivati dei test rapidi, ma in quantità limitatissime”. E i test danno un dato sicuramente più veritiero della pandemia in Ecuador: “Da noi siamo al 50% di positivi, nel comune qui vicino, su 20 test effettuati, 18 hanno segnato positività”.

Vuoto di potere. Olon è una città in coprifuoco. Non si può uscire di casa dalle 14 alle 5 di mattina. Il contagio però aumenta: “Nessuno controlla qui, anche perché da quando il presidente della Repubblica Lenin Moreno è fuggito alla Galapagos con la scusa che essendo in sedia a rotelle è una persona vulnerabile, di fatto c’è uno scarico di responsabilità. Anche per il lockdown: ufficialmente per il Governo l’emergenza è finita il 4 maggio ma in realtà è stata data alle province la facoltà di decidere. Noi siamo ancora chiusi”.

Contagi di ritorno Ferme le attività, ferme i trasporti, diventa difficilissimo anche solo approvvigionarsi di cibo: “Non solo – spiega Valeria Di Bartolomeo – diventa una fonte pericolosissima di contagio: ci si sposta coi carretti e quando i padri di famiglia vanno in città per vendere quel poco che hanno per comprare da mangiare, succede spesso che si infettino e portino il virus nei paesi”. Il risultato è la disperazione assoluta di un  popolo: “Personalmente sono fortunata perché sto meglio di altri ma qui c’è gente allo stremo, perché il  piccolo sussidio equivalente a 60 euro mensili finisce in pochi giorni – racconta Valeria – L’altro giorno mi ha contattata una donna che lavorava per me nel ristorante come cuoca, mi ha chiesto se potevo aiutarla  con un prestito perché i figli non mangiavano da cinque giorni. Le ho regalato 20 dollari e si è messa a piangere dalla gioia. Qui con poco si può fare tanto”

Colletta Anche per questo Valeria Di Bartolomeo, insieme con qualche associazione territoriale si è messa in moto per raccogliere fondi: “Qui è scattata una catena di solidarietà fra la gente, con raccolte di cibo. Sono poveri che aiutano i poveri, ma è evidente che non basta – spiega – Con poco si fa tantissimo: per dare una idea, dico solo che con il costo di una camera d’aria delle biciclette che si vedono in giro in Italia da quando ha riaperto, qui si sfama una famiglia, persone che hanno grande voglia di lavorare ma alle quali il virus sta togliendo tutto. Chi volesse contattarmi per dare una mano, mi trova sui social: basta davvero pochissimo”.

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Emanuele Lombardini
Emanuele Lombardini

Giornalista, cittadino d'Europa

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