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Città della Pieve, la storia di Nadia: “Fermata all’aeroporto per una legge antica”

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Città della Pieve, la storia di Nadia: “Fermata all’aeroporto per una legge antica”

Redazione
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E.Lom.

CITTA’ DELLA PIEVE – Una storia che porta a galla una delle falle della legislazione italiana ma anche una questione, quella della riforma della legge sulla cittadinanza, ferma in Senato da oltre un anno e mezzo. A raccontarla su facebook – prima che venisse ripresa dal portale Stranierinitalia – è Arber Agalliu, giornalista italo albanese di Toscana TV che vive fra il Valdarno e Perugia, dove studia Comunicazione. La protagonista è Nadia El Habibi. Vent’anni, nata e cresciuta a Città della Pieve da una famiglia di origine marocchina, residente a Castiglione del Lago, attualmente studentessa all’Università di Perugia.

“Sono nata in Umbria, ho sempre vissuto qui e fatto le scuole qui – racconta in un italiano perfetto ed anzi anche con l’inflessione tipica perugina – ed io mi sento italo-marocchina, mi sento italiana. Però mi sono accorta di come per lo stato io sia straniera. Domenica sarei dovuta partire con i miei amici di una vita per Birmingham, un viaggio che stavamo organizzando da mesi. Quando sono arrivata all’aeroporto però hanno guardato i miei documenti, che sono ancora marocchini e sono stata respinta perchè non avevo il visto”.

Le motivazioni. Ma perchè una ragazza nata e cresciuta in Umbria, che ha sempre vissuto qui è ancora per lo stato italiano marocchina a tutti gli effetti? “Perchè quando avevo cinque anni, per un problema burocratico- racconta al giornalista Agalliu –  sono tornata con i miei genitori in Marocco per cinque mesi e mezzo. Questo mi ha fatto perdere il requisito per diventare automaticamente cittadina italiana al compimento dei 18 anni, senza dover fare richiesta dopo 10 anni di residenza, come hanno fatto i miei genitori e come adesso ho fatto anche io”. Nadia fa in parte mea culpa: “E’ vero, avrei dovuto pensarci ed informarmi su quali documenti mi sarebbero potuti servire, visto che ovviamente non c’era modo di ottenere il visto subito e sono rimasta a Perugia, però il fatto è che io sono nata e cresciuta in Umbria, la mia vita, i miei amici, i miei studi sono qui. Mi sento anche italiana, spesso ho partecipato a progetti in giro per l’Europa come italiana come europea. Poi arriva lo stato a farmi rendere conto che in realtà, per quei pochi mesi, non lo sono affatto. È come se mi avessero dato uno schiaffo e mi avessero detto: Nadia, ti senti troppo qualcosa che non sei”.

La legge. Gli amici, quelli con cui ha pianificato il viaggio e che adesso sono nel Regno Hnito le mandano selfies: “Ho chiesto io di farlo, è come se fossi li con loro – dice – e anche loro ci sono rimasti male. Ci sono alcuni di loro con i quali ci conosciamo sin dalle elementari, io parlo italiano come loro: perchè non posso sentirmi italiana?” Arber Agalliu spiega che il problema è tutto nella legge attuale, che risale al 1992 e quindi non fotografa più la realtà attuale: “La storia di Nadia- dice – è quella di tantissimi italiani senza cittadinanza. Ragazzi e ragazze cresciuti in Italia che, come lei, credono di essere italiani fino a quando non si scontrano con una legge sulla cittadinanza molto più vecchia di loro, che li tratta da stranieri”. Le associazioni degli Italiani senza cittadinanza saranno il 28 febbraio al Pantheon a Roma per un sit-in per sollecitare lo sblocco della riforma sullo Ius soli.

 

 

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