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Sfruttavano pakistani nei vigneti: coppia in manette per caporalato

Cronaca e Attualità Foligno Spoleto

Sfruttavano pakistani nei vigneti: coppia in manette per caporalato

Redazione
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CASTEL RITALDI  – L’accusa è pesante: aver sfruttato dei cittadini pakistani per lavorare nei loro vigneti, pagandoli una miseria  trattenendo una parte del loro compenso e controllandoli a vista. Per questo sono finiti in manette, per una operazione dei Carabinieri di Treviso, quattro persone, fra cui una coppia di Castel Ritaldi.

L’operazione. Il blitz è scattato nella mattina di mercoledì, coordinato dalla Procura di Treviso. In azione i carabinieri trevigiani e quelli della tutela del lavoro di Venezia, ma anche i militari dell’Arma della Compagnia di Spoleto. Nelle prime ore del mattino, infatti, i carabinieri di Roncade e quelli del nucleo ispettorato del lavoro di Treviso, con il supporto della Compagnia di Treviso e di quella di Spoleto e del nucleo operativo del gruppo tutela del lavoro di Venezia. In manette sono finiti due uomini, anche loro pakistani, una donna italiana ed una donna spagnola. Uno dei due uomini e la sua compagna vivevano appunto in Umbria. Per tutti l’accusa è sfruttamento del lavoro in concorso commessi nei confronti di 10 cittadini pakistani, alcuni di loro privi di permesso di soggiorno, tra cui anche alcuni minorenni

L’accusa. Gli accertamenti condotti dai carabinieri attraverso complessi servizi di osservazione controllo e pedinamento, oltre che controlli ispettivi e acquisizione di informazioni testimoniali rese da numerosi lavoratori, permettevano di far emergere le condotte delinquenziali degli indagati, il titolare dell’azienda fornitrice di manodopera, cittadino pakistano, un suo connazionale, stretto collaboratore e le due rispettive fidanzate. Gli stessi, in concorso tra loro impiegavano i lavoratori, approfittando dello stato di bisogno e della situazione di vulnerabilità, omettendo di versare loro la prevista retribuzione e comunque palesemente difforme dai contratti collettivi regionali e nazionali, spesso limitandosi, alla sola corresponsione del denaro ritenuto necessario per l’acquisto di sigarette e di ricariche telefoniche; in altri casi ai lavoratori sfruttati che venivano alloggiati con sistemazioni di fortuna prive di riscaldamento ed energia elettrica, veniva trattenuta una cifra variabile dai 100 ai 200 euro, a seconda che gli venisse assegnato un posto per dormire a terra oppure su di un letto.

Sorveglianza Gli stessi, per evitare i controlli di polizia, venivano svegliati alle prime ore della mattina e stipati all’interno di furgoni, per poi essere condotti nei vigneti dove prestavano la propria opera, sotto stretta sorveglianza, fino a tarda sera e senza il rispetto di alcuna norma di sicurezza sui posti di lavoro tanto da risultare privi di qualsiasi dispositivo di protezione individuale. Le indagini hanno fatto emergere, inoltre, come gli indagati fossero soliti ricorrere a minacce nei confronti dei lavoratori per costringerli a rimanere alle loro dipendenze: se in alcune circostanze la parziale retribuzione veniva utilizzata come avvisaglia di non corrispondere quanto dovuto per le prestazioni già svolte, in altre veniva prospettato il ricorso alle forze dell’ordine che sarebbero state informate dello stato di clandestinità di alcuni di loro con il conseguente rimpatrio degli interessati e dei loro parenti.

Nel corso dell’attività investigativa è emersa la pericolosità degli indagati, ed in particolare del soggetto pakistano titolare dell’azienda che impiegava in regime di sfruttamento i connazionali, poiché veniva accertato come questi, nel mese di febbraio, abbia dato alle fiamme l’autovettura di un suo concittadino che stava collaborando con i Carabinieri quale interprete nel corso delle audizioni dei lavoratori tenute dai militari che stavano facendo luce sulle responsabilità degli arrestati in ordine al triste episodio di caporalato.

 

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