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Carlos Tolentino Giuria, il professore della cinematografia peruviana innamorato di Perugia

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Carlos Tolentino Giuria, il professore della cinematografia peruviana innamorato di Perugia

Redazione cultura
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di Marcella Cecconi

PERUGIA – Carlos Tolentino Giuria è un regista cinematografico e televisivo, formatosi presso la Facultad de Ciencias de la Comunicación Universidad de Lima e  l’Universidad San Martín de Porres (Gestione del patrimonio Culturale e Turismo). Nella sua lunga carriera ha lavorato per più di dieci anni in Italia, alternando attività artistica e docenza. Attualmente insegna presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Universidad Peruana de Ciencias Aplicadas (UPC) ed è il Direttore Artistico dell’Ufficio di Cultura del Municipio di San Isidro, a Lima. Le sue regie teatrali più recenti sono: “Todo seran mis hijos” di Arthur Miller (Premio Luces Mejor Obra Teatral 2015); “Un informe sobre la banalidad del amor” di Mario Diament; “Mrs. Klein” di Nicholas Wright; “Cruzar la calle” di Daniel Amaru Silva (Premio Nacional de Dramaturgia Peruana 2014 Ministerio de Cultura).

La regia teatrale, televisiva e cinematografica, è una delle passioni della tua vita. Come e quando sei diventato regista?

“Forse tutto è nato quando mi sono convinto che la realtà – o ciò che definiamo tale – non mi bastava più. Da sempre ho amato avvicinarmi ad altre “realtà possibili” grazie ad un esilio volontario, fatto di solitudine. La letteratura fantastica, il cinema e i disamori mi hanno “iniziato” e sono diventato un sorta di paria che esigeva consumare prodotti “altri”, diversi, che la società non era in grado di offrire. Probabilmente è lì che nasce la mia vocazione di regista.”

Quali sono i tratti distintivi della cultura peruviana e come si traslano nel tuo lavoro?

“È difficile rispondere in poche parole… In qualche modo credo di essere un “meticcio”, frutto dell’incontro di diverse geografie e differenti culture, il “risultato” di molti rancori sociali e razziali. Appartengo alla generazione del disincanto ideologico, ma attraverso la docenza, la cultura e l´arte, sono giunto ad una sorta di compromesso sociale. Le cose che faccio non rispondono ad un’esigenza studiata di vendere uno stile sudamericano e, meno ancora, peruviano. Piuttosto sono il risultato di un percorso personale, di una particolare esperienza di vita, ed ogni regia ha una gestazione esistenziale diversa da ogni altra. Non mi interessa di produrre un teatro di tendenza. Mi interessa soprattutto essere coerente con lo spettatore che c’è in me, e che non si concede solo per essere apprezzato.”

Il Perù è una delle grandi realtà del sud America. Come si vive da voi? Qual è l’attuale situazione socio-politica del paese?

“Stiamo vivendo un periodo di democrazia liberale. Per molti aspetti però è solo un’apparenza, un miraggio che vuole mostrare Lima come la “capitale della gastronomia latino-americana”. Ma Lima non è il Perù; il Perù è una Nazione in cui migliaia di persone vivono ancora in una condizione di estrema povertà, e ti parlo di un 18.7% della popolazione. Ma anche la mancanza di cultura è povertà. Sebbene in questo momento l’industria teatrale peruviana sia più attiva, la sua produzione concerne soprattutto spettacoli di intrattenimento, mentre lo Stato continua ad essere latitante per quanto riguarda la promozione e la gestione culturale.”

Carlos sei sposato con Attilia Boschetti, un’attrice di origine italiana molto conosciuta in sud America per i suoi lavori in TV e a teatro. Com’è lavorare con il proprio partner?

“Quest’aspetto della mia vita è stato, e continua ad essere, una parte rilevante del mio apprendistato personale. Attilia è una stupenda attrice, e recita spesso con me proprio perché è brava e non perché è mia moglie. Ci sono state delle situazioni in cui il lavorare insieme è stato più o meno stimolante, ma questo non ha mai condizionato in alcun modo lo scopo del nostro stare insieme, ovvero il sorprenderci reciprocamente.”

In passato hai vissuto diversi anni in Italia, in particolare a Perugia. Che ricordi conservi della tua esperienza nella nostra città?

“È stato un periodo di intenso scambio culturale, di cui mantengo un ricordo molto bello. Ho sperimentato l’affetto e il rispetto di persone piene di talento che continuo ad ammirare e che considero amiche, nonostante la distanza e gli anni trascorsi. In particolare, a quel tempo, ho formato un gruppo di teatro danza, che ho portato a Lima con un adattamento del racconto “La novia robada” di Juan Carlos Onetti. Quel gruppo, Andanzas, è ancora il capitolo più caro e importante della mia attività professionale in Italia.”

Carlos sei regista ed insegnante universitario. Come vivi la tua attività di educatore?

“Fare la regia – diceva Agustín Alezzo – è un incarico straordinario perché significa creare un mondo sulla scena; insegnare significa seguire la crescita di una persona, ed è una cosa ugualmente eccezionale. Da diversi anni, ormai, il mio essere educatore mi motiva a promuovere altri modi possibili di considerare e vedere il teatro.”

Se tu fossi un’opera teatrale saresti?

“Non lo so. Forse “Le voci di dentro”: il desiderio di interpretare un testo di Eduardo De Filippo non è nuovo in me. Uso il termine interpretare poiché nell’arte l’interpretazione ha una componente fortemente soggettiva; l’esperienza di vita che comunica l’autore nella sua opera, è spesso diversa dall’esperienza che si produce nello spettatore che si rapporta ad essa. Nelle mie messe in scena interpreto i concetti del drammaturgo adattandoli alle mie molteplici possibilità di espressione artistica. Lo storico italiano Carlo Ginzburg diceva: ‘Chi pensa che la realtà sia solo ciò che si tocca, non capisce nulla’. Credo che un buon modo per comprendere sia quello di interpretare. Il mio lavoro – la mia interpretazione – propone un linguaggio che dialoga con una “realtà altra” o, per essere più preciso e usando una definizione filosofica, con la ricerca di un’altra ermeneutica.”

Cosa fai nel privato quando non lavori?

“Viaggio, dormo, oppure mi annoio.”

Hai vissuto l’arte e la cultura in maniera piena e completa. Hai ancora un sogno da realizzare?

“Sì certo, vorrei poter dirigere ancora il mio gruppo Andanzas in Italia, ovvero riunire le mie meravigliose attrici a Lima per “creare” nuovamente qualcosa insieme.”

Un saluto ai tuoi tanti amici perugini.

“Vi invio un abbraccio grande e pieno di nostalgia. Mi rattristano i telegiornali che mostrano un’Italia impoverita a causa di molteplici meschinità, e tanto confusa politicamente. Mi auguro di poter vedere non l’Italia che ho conosciuto vent’anni fa, ma l’Italia che sarà.”