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Barbara Schiavulli: “Le eroine sono le donne che sopravvivono e lottano nei Paesi di guerra”

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Barbara Schiavulli: “Le eroine sono le donne che sopravvivono e lottano nei Paesi di guerra”

Redazione cultura
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Barbara Schiavulli durante una pausa di lavoro

di Marcella Cecconi

PERUGIA – Barbara Schiavulli è una giornalista di guerra e scrittrice, esperta in questioni mediorientali. In vent’anni di professione ha lavorato come freelance in Israele, Palestina, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Sudan, Yemen, Haiti, scrivendo numerosi reportage pubblicati dalle maggiori testate giornalistiche italiane (L’Espresso, Repubblica, Il fatto quotidiano, Avvenire, Il Messaggero, La Stampa), e collaborando inoltre con radio e televisioni. La sua carriera è costellata da prestigiosi riconoscimenti e numerosi premi fra i quali il premio Lucchetta, il premio Antonio Russo, Italian Women in the World, il premio Maria Grazia Cutuli e tanti altri. Nelle vesti di scrittrice ha pubblicato: “Le farfalle non muoiono in cielo” (La Meridiana, 2005), “Guerra e Guerra” (Garzanti, 2009), “La guerra dentro” ( Youcanprint, 2013) e il recentissimo “Bulletproof diaries, storie di una reporter di guerra” (Round Robin Editrice, 2016, in collaborazione con il fumettista Emilio Lecce). La Schiavulli è spesso ospite del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia.

Un’intervista alla giornalista Barbara Schiavulli: cosa si prova a stare “dall’altra parte” delle domande?

“Direi che non è esattamente il mio posto, ma mi rendo conto che a volte è necessario. Quello che vedo, i posti in cui vado, le storie che raccolgo, vanno trasmesse. Spesso e volentieri lo faccio scrivendo, partecipando a conferenze, andando nelle scuole e anche rispondendo alle domande che gli altri mi pongono. Certo, che se posso scegliere sto sempre dalla parte di chi le fa”.

Reporter di guerra e donna, hai lavorato e lavori in paesi in cui spesso essere donna rappresenta di per sé uno svantaggio sociale e culturale: sei una sorta di eroina o una figlia dei tempi?

“Le eroine sono le donne che sopravvivono e lottano nei Paesi di guerra, io sono solo uno strumento per diffondere queste storie. In realtà mi sento una persona fortunata, perché ho il privilegio di raccontare un pezzo di Storia, che vada da quello di una persona o ai grandi avvenimenti che coinvolgono e a volte cambiano il mondo. Il nostro lavoro ha perso, grazie a decenni di incuria e servilismo politico, il suo valore che invece per me è molto importante. Dovremmo essere cani da guardia a tutela delle persone. Essere donna non è facile in nessun paese, esserlo in un paese in guerra o povero lo è ancora di meno, ma è superficiale pensare che le donne siano sottomesse o sempre e solo vittime. Le donne che ho conosciuto si piegavano ma non si spezzavano. Gli uomini fanno il brutto e il cattivo tempo, che si tratti di politica o società, ma le donne sono le vere guerriere”.

Come nasce la decisione di diventare reporter di guerra? Quali sono le motivazioni alla base di una scelta così coraggiosa ed impegnativa?

“Credo che un giorno andrò da uno psicologo per scoprirlo… perché uno vuole fare il medico o l’architetto? E’ qualcosa che si sa di dover fare. Sono convinta che ognuno abbia un ruolo e uno scopo. Di sicuro la mia educazione, una mamma americana e un padre figlio di una sfollata istriana, possono aver contribuito. Ma poi c’è l’amore per la scrittura, la curiosità per il mondo, la passione sfrenata per i viaggi, la voglia di sapere e conoscere, il desiderio di essere in un posto quando le cose accadono. Anche un forte senso di giustizia e voglia di denunciare il brutto che ci circonda. Se poi si mescola tutto, suppongo venga fuori un giornalista”.

La narrazione di un fatto ha il potere di costruire una realtà socialmente condivisa. Giornalismo ed etica: come vedi la questione in un tempo in cui le notizie hanno una presa determinante sull’immaginario collettivo?

“E’ una questione interessante e complessa, appartiene a qualcosa che va oltre il giornalismo o la professionalità di un reporter perché riguarda anche la percezione e l’educazione di chi usufruisce delle notizie. Oggi più che mai è facile manipolare le persone, sembra tutto più chiaro perché si accede facilmente al mondo, ma in realtà questa enorme quantità di informazioni va decodificata. Il giornalismo dovrebbe essere garanzia di questo e oggi non lo è, soprattutto in Italia dove, per pagare meno, i giornali non verificano, non studiano, non sono specializzati. Basso costo, bassa qualità; d’altra parte i giornali non vendono perché la gente se ne accorge. Purtroppo il disamore verso l’informazione degli utenti è stato anche di una generazione di giornalisti più legati al potere che alla gente. Un po’ come la politica”.

Le tue guerre. Raccontaci, in breve, le tappe più significative di vent’anni di lavoro sul campo.

“Sono state tante. Intanto il mio trasferimento a Gerusalemme per quasi quattro anni, subito all’inizio della mia carriera. Lì ho imparato questo mestiere osservando i migliori giornalisti al mondo, tutti i giornali stranieri sono a Gerusalemme, e seguire un conflitto che dura da decenni non poteva essere una scuola migliore. Poi l’Afghanistan che io ritengo la mia seconda casa, un amore per un paese e un popolo che mi ha travolta e non mi ha lasciato scampo, una storia che racconto da 15 anni. L’Iraq invece è stato il posto più pericoloso, perché essendo spesso l’unica giornalista italiana nel paese, ero sola e in balia di bombe, missili, violenza e di chi voleva rapire i giornalisti. Ma era importante esserci, per quella gente, per quel paese dove ancora oggi muoiono 4000 persone al mese. Poco raccontato, poco capito, ma che resta la culla della civiltà. E poi tutti gli altri paesi, dai colpi di Stato come quello di Haiti, ai terremoti, alla fame, agli amici perduti. Ma la mia vera guerra oggi è in Italia, dove cerco di far passare l’importanza che hanno gli Esteri anche da noi. Perché si è più liberi quando si conosce quello che circonda”.

Il tuo lavoro si colora di tante emozioni diverse: eccitazione, paura, curiosità, rabbia, compassione, stupore. Regalaci un ricordo particolarmente significativo.

“Ne ho tanti, e in questi anni ho vissuto tante avventure. Ho raccolto storie incredibili e vissuto situazioni surreali. Penso al camion bomba nel mio hotel mentre io ero in camera, e che la mia prima preoccupazione fosse non fare preoccupare i miei e i miei amici che erano a casa. C’era una carneficina nella hall dell’hotel e io pensavo solo al fatto che non volevo dire che mi trovavo lì per non spaventare nessuno. Ma le storie che più mi stanno dentro sono quelle che riguardano la violenza sulle donne. E la mia incapacità di capire come un uomo, a volte un padre, un marito possa raggiungere dei livelli di crudeltà inspiegabili. Ed è questo che credo distingua gli uomini dalle donne, non c’è parità in questo. Gli uomini arrivano ad odiare le donne in un modo così brutale che mi sorprende sempre”.

Ci puoi parlare della tua creatura radiofonica, Radio Bullets?

“Radio Bullets nasce dalla passione e dalla rabbia. In Italia non ci sono Esteri come negli altri Paesi, da noi ci sono dei buchi nel mondo. C’è dell’ignoranza colposa in questo verso l’opinione pubblica. Il Sudamerica, l’Africa, l’Estremo Oriente sono completamente sconosciuti ai più se non nelle solite notizie stereotipate. Io e una mia collega esperta di estremo Oriente, Alessia Cerantola, ci siamo lanciate in questa meravigliosa follia, considerando che ci alziamo ogni sacrosanto giorno alle 5.30 da quasi due anni per fare il notiziario, qualsiasi cosa accada e ovunque siamo. Eravamo in due, ora siamo in 30, giornalisti come noi agguerriti in tutto il mondo. Certo non abbiamo fondi, non abbiamo pubblicità, non siamo ancora conosciutissimi. Ma ci stiamo lavorando duramente. Sui contenuti, invece, siamo pronti a dare filo da torcere a chiunque nel nostro settore”.

La scrittura è lo strumento che hai scelto per narrare la realtà ed i tuoi libri sono dei veri e propri “testimoni” di guerra: qual è il tuo ultimo lavoro letterario?

” ‘Bulletproof Diaries, storie di una reporter di guerra’, un lavoro fatto con Emilio Lecce, un fumettista, perché è una graphic novel sui miei ultimi 15 anni in Afghanistan, dalla caduta delle Torri Gemelle alla morte di Bin Laden. Un viaggio nel paese e nelle storie, ma anche una riflessione sul giornalismo, su come i fatti possono essere manipolati, o come la luce su alcune vicende riesce a vedersi solo dopo anni”.

Sei spesso ospite del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia. Che ricordi conservi di questa esperienza?

“Il Festival è un momento meraviglioso di scambio, di interazione, si fanno nuove conoscenze ma anche si riabbracciano i vecchi colleghi. C’è un’atmosfera serena, di lavoro, ma anche quasi familiare”.

Un’ultima domanda: meglio scrivere una parola in più o una parola in meno?

“Se per parola in meno significa lasciare un po’ di mistero per un prossimo pezzo o un prossimo libro, beh allora viva la sintesi. Ma se si tratta di spiegare qualcosa, o di un’inchiesta, meglio una parola in più perché non ci siano fraintendimenti. A volte ci si dimentica che questo lavoro nel bene o nel male, tocca la vita delle persone”.

 

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