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Bagarre sull’Isuc, Stramaccioni: “Chiuderlo è una scelta politica, vogliono colpire l’Istituto”

Il presidente dell’Istituto va all'attacco. Solidarietà ai precari da Cgil, Società di mutuo soccorso e Pd

PERUGIA – La vicenda dell’stituto per la storia dell’Umbria contemporanea ha imboccato la strada della battaglia politica. La Regione intende chiuderlo dal primo gennaio e il neo presidente dell’Isuc, il professor Alberto Stramaccioni, apre il fuoco «Sinceramente non avrei mai immaginato che la lotta politica avviata e sostenuta dai massimi vertici dell’Amministrazione regionale potesse arrivare a tanto”. Secondo Stramaccioni sui problemi legati ai cinque lavoratori precari e la mancata volontà di “consentire all’Isuc, Ente della Regione, di dotarsi di nuove forme contrattuali per i propri collaboratori, in sostituzione delle precedenti, per proseguire la sua attività di ricerca storica, convegnistica, editoriale e didattica”.

Istituto sotto attacco

“Si è voluto colpire – sottolinea  – un Istituto che negli anni ha contribuito in modo significativo a definire l’identità istituzionale sociale ed economica dell’Umbria dall’Unità nazionale in poi. Sarebbe comunque auspicabile da parte di chi ha la massima responsabilità nella gestione della cosa pubblica in Umbria spiegare ai cittadini, agli studiosi e ai lavoratori dell’Isuc stesso le ragioni per le quali si intende chiudere l’Istituto. Gli organismi dirigenti dell’Istituto appena eletti, nella loro autonomia, percorreranno tutte le strade possibili per evitare che si compia definitivamente questo scempio culturale al solo scopo di perseguire un disinvolto uso politico della storia. Non pensino – conclude – i massimi esponenti dell’Amministrazione regionale che noi siamo disposti a fare un passo indietro e non si illudano di chiudere una istituzione culturale senza dovessi assumere le proprie responsabilità politiche e istituzionali”.

La solidarietà

Finisce qui? No, perché contro al chiusura si schiera la Cgil, la Società di mutuo soccorso di Perugia ma anche i consiglieri regionali del Pd Tommaso Bori, Simona Meloni e Michele Bettarelli, che chiedono alla giunta e agli uffici dell’Assemblea di individuare un percorso di stabilizzazione che permetta loro di vedersi riconosciuti gli stessi diritti degli altri lavoratori dell’ente. La battaglia sembra essere solo all’inizio.

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