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Attacchi terroristici, anche la città di San Francesco fra gli obiettivi dei terroristi dell’Isis?

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Attacchi terroristici, anche la città di San Francesco fra gli obiettivi dei terroristi dell’Isis?

Alessandro Minestrini
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La Basilica di San Francesco ad Assisi

Di Emanuele Rossi

ASSISI – Dieci giorni fa la parlamentare italiana Catia Polidori (Forza Italia) ha detto: “In pochi sanno che il secondo obiettivo dell’Isis, dopo il Vaticano o il Colosseo, è la Basilica di Assisi”. L’annuncio allarmistico dell’onorevole forzista nativa di Città di Castello è arrivato durante un incontro organizzato dal candidato sindaco di Assisi, Giorgio Bartolini, incentrato proprio sulla sicurezza delle città.

Si tratta di una dichiarazione importante, un unicum con un dettaglio di cui in precedenza non si era mai sentito parlare: anzi, il governo finora non ha mi dato segnalazioni su obiettivi specifici per quel riguarda l’Italia. È possibile che un membro della X Commissione attività produttive abbia accesso a questo genere di informazioni riservate e decida di diffonderle in un incontro in Umbria nonostante i silenzi precedenti di Roma oppure s’è trattato di un’iperbole?

La dichiarazione comunque va registrata e inserita in un quadro evolutivo complesso che sta caratterizzando le ultime fasi operative e strategiche dello Stato islamico. Quadro su cui si è espresso anche Gilles De Kerchove, coordinatore dell’anti-terrorismo dell’Unione Europea, durante l’audizione del 24 maggio alla Commissione Affari Esteri del Parlamento europeo a Bruxelles: “La minaccia di attentati terroristici non è mai stata grave come ora”.

De Kerchove ha ripercorso una teoria che si sta facendo largo negli ultimi mesi: l’Is, sotto forte pressione della Coalizione americana in Siria e in Iraq sta subendo sconfitte e arretramenti che lo hanno posto sulla difensiva e dunque si affida agli attentati. A sostegno della tesi, i numeri dati dieci giorni fa dal Pentagono: 45 per cento di territorio in meno controllato in Iraq e 20 in Siria, rispetto alla cavalcata del 2014. Restano in piedi le roccaforti, Mosul e Raqqa, su cui comunque transitano da tempo i piani militari americani (un massiccio raggruppamento di ribelli US-backed ha annunciato in questi giorni l’inizio di una campagna militare nel nord della Siria per tagliare le linee di rifornimento a Raqqa, capitale del Califfato).

A supporto di questa tesi ci sono da registrare gli attentati continui che martellano i quartieri sciiti di Baghdad, oppure quelli che tre giorni fa hanno violato a Tartus e Jable la bolla di sicurezza con cui la Russia difende il sanguinoso regime di Damasco, e i continui richiami a colpire l’Occidente. È davvero così? Lo Stato islamico sta utilizzando gli attentati come mossa difensiva? Non proprio, non solamente.

L’uso degli attentati è una prerogativa del gruppo fin dagli albori, quando ai tempi dell’occupazione americana dell’Iraq si faceva chiamare Isi (Islamic State in Iraq) e gravitava con una certa indipendenza sotto al Qaeda, guidata dallo spietato e storico leader Abu Musab al Zarkawi. Va pensato, inoltre, che gli attentati che hanno colpito il cuore dell’Europa, a Parigi e Bruxelles, sono stati rivendicati attraverso video che riprendevano gli assalitori in Siria oltre un anno fa, ossia quando il gruppo era in piena fase espansionistica e non aveva certo necessità difensive. E dunque l’uso degli attentati potrebbe essere soltanto una fase strategica, con cui lo Stato islamico, forse anche indebolito nella dimensione statuale, trova successi terroristici che potrebbero, oltre che creare destabilizzazione (fu a causa degli attacchi settari dell’Isi che si innescò la guerra civile sciiti(sunniti in Iraq dieci anni fa), favorire il proselitismo.

Adesso rispetto agli anni di al Zarkawi le cose sono cambiate, Abu Bakr al Baghdadi ha infatti a disposizione una porzione di territorio controllato in cui proteggersi e pianificare, riesce a raggiungere con un network mediatico professionale tutto il mondo, crea attenzione, muove il proselitismo, si diffonde; la scorsa settimana il portavoce dell’organizzazione, Abu Mohammed al Adnani, con un messaggio audio ha invitato ancora un volta tutti i “fedeli” in Occidente a colpire, anche in modo indipendente (la self jihad). Grazie a questo combinato disposto di stato e terrorismo, l’Is ha ampiato i propri obiettivi all’estero, colpisce Parigi, Bruxelles, il Bangladesh, abbatte un aereo russo sul Sinai, fa una strage in un centro anziani in California, crea tre province collegate in Libia (da dove le minacce contro l’Italia sono ormai parte di una retorica giornaliera).

Gli analisti americani stanno già valutando la fase successiva all’attuale, quando sotto i colpi della Coalizione lo Stato islamico perderà il controllo di tutte le sue città, non sarà più stato e diventerà un’organizzazione clandestina dedita alla guerriglia, in Iraq, in Siria o in Europa: e nelle valutazioni non si stima che questa dimensione ridotta dell’Is sia un qualcosa di migliore.